a cura del Dott. Pierluigi Chiodera

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Quando la tua mammella è stata sottoposta ad una “biopsia” (prelievo di un piccolo frammento) o ad un “ago aspirato” (prelievo di cellule mammarie isolate) il materiale asportato viene studiato al microscopio da parte di un medico altamente specializzato con molti anni di esperienza alle spalle, che si chiama “patologo” o “anatomo patologo”.

Uno specialista spesso confuso con il medico-legale con cui non condivide nulla se non la responsabilità altissima di tutto quello che vede, che interpreta, che scrive sul referto e che sottoscrive, oppure considerato il medico che esegue solo autopsie avvolto; da un aura sinistra ed inquietante.

Nulla di tutto questo!!

Il “patologo” lavora seduto al microscopio analizzando cellule e tessuti allo scopo di fornire al collega chirurgo le informazioni altrimenti irraggiungibili, sulla natura benigna, premaligna o maligna di qualunque processo patologico colpisca la mammella.

Il patologo è considerato il “medico dei medici” ovvero colui che guida le loro decisioni terapeutiche e che giudica insindacabilmente la adeguatezza del loro operato.

È dunque il responsabile ultimo di tutto quanto di corretto o di scorretto viene eseguito sulla mammella.

Questa serie di risposte ha lo scopo di rendere comprensibili le parole “strane” che troverai scritte sul referto del patologo e alle quali si sono affidati i medici che ti hanno curato.

Come dice la parola, è una manovra ambulatoriale che non richiede il ricovero e che, tramite una comune siringa munita di ago sottile (tipo quello di una iniezione intramuscolare) “aspira” con lo stantuffo della siringa un’area circoscritta della tua mammella considerata patologica dal radiologo al quale ti sei rivolta su consiglio del tuo chirurgo o del ginecologo o del medico di base.
La manovra agoaspirativa può essere eseguita dallo stesso radiologo che ti ha fatto la mammografia e/o la ecografia oppure dal chirurgo che ti ha visitato.
La siringa asportando, spesso sotto guida ecografica, un numero variabile di cellule isolate rappresentative dell’area ecografica o mammografica sospetta, fornisce al patologo i primi elementi per valutare la natura dell’area patologica, raggiungendo risultati a volte definitivi, a volte solo orientativi in questo caso comunque indispensabili a suggerire accertamenti ulteriori finalizzati al perfezionamento della diagnosi “citologica agoaspirativa” giudicata insufficiente o inconclusiva al fine di ottenere una diagnosi certa.
È operativamente atto medico ambulatoriale molto simile all’ago aspirato che può essere eseguito, a seconda del contesto clinico, sia dal chirurgo che dal radiologo.
Differisce dall’ago aspirato per il tipo di materiale prelevato che non è di sole cellule isolate ma costituito da multipli (da 2 a 5 circa) sottili frammenti filiformi lunghi da 5 a 10 mm dello spessore di un ago da cucito, rappresentativi dei “tessuti” cioè della matrice anatomica della tua mammella, ed in particolare della lesione sospetta.
Perché i prelievi siano realmente diagnostici (spesso questa biopsia viene dopo un ago aspirato risultato non soddisfacente proprio allo scopo di raggiungere una diagnosi il più possibile vicina alla certezza) necessita che i frammenti siano fedelmente rappresentativi della lesione.
Questo è il motivo per cui l’agobiopsia, diversamente dall’agoaspirato, viene tassativamente eseguita sotto guida radiografica (Ecografica o in Risonanza Magnetica).
A seconda dello spessore dell’ago e quindi delle dimensioni dei frammenti asportati si parla di “agobiopsia” (in inglese “core biopsy”) per i prelievi più sottili e quantitativamente limitati oppure di “mammotome” per prelievi più voluminosi e più numerosi asportati da punti diversi dell’area radiologica sospetta.
La decisione di sottoporti all’uno all’altro tipo di prelievo dipende dalla natura della lesione.
Se si presenta come nodulo palpabile e radiologicamente visibile: ago biopsia.
Se si presenta sottoforma di “microcalcificazioni”: il mammotome una nuova tecnica diagnostica che interviene come procedura bioptica integrativa in assenza di un vero e proprio nodulo sospetto ma solo di tracce indirettamente indicative di una ipotetica lesione tumorale colta in una fase estremamente iniziale.
Se la diagnosi citologica (ago aspirato) o istologica (agopbiopsia e mammotome) è di assoluta benignità, puoi decidere di rinviare in futuro, senza fretta né ansia, la eventuale asportazione del nodulo o dell’area patologica.
In alcuni casi ti può essere proposto di sottoporti a controlli radiologici e clinici sporadici oppure periodici ove il chirurgo ritenga prudente seguire nel tempo la stabilità o la eventuale evoluzione del nodulo o delle micro calcificazioni. Se la paura o il dubbio ti assillano e ti tolgono la serenità meglio la asportazione, serenamente programmata senza inutile precipitazione.
Se invece la diagnosi fosse di tumore o di lesione pre-tumorale o di patologia predisponente il rischio di un futuro tumore meglio seguire il consiglio del chirurgo, affidando alle sue mani e alla sua esperienza la decisione migliore.
Oggi e, nella maggior parte dei casi, sia i noduli tumorali palpabili e visibili che le micro calcificazioni tumorali o pre-tumorali, sono perfettamente guaribili con una limitata e circoscritta asportazione chirurgica detta, appunto, “conservati va” che, in caso di accertata benignità si risolve in una semplice asportazione del nodulo, mentre in caso di neoplasia potrebbe richiedere l’esame del cosiddetto “linfonodo sentinella”.
Se immaginiamo che fra la mammella e l’ascella corra una linea ferroviaria, il linfonodo sentinella è la prima stazione, la prima “fermata” delle cellule tumorali sfuggite al nodulo mammario.
È ovvio che se le cellule tumorali che si sono fermate alla prima stazione sono due o tre non possono essere arrivate alle altre stazioni ascellari cioè agli altri linfonodi che per questo motivo possono essere lasciati al loro posto poiché è implicita la loro negatività per ulteriori localizzazioni secondarie.
Se al contrario si sono fermate tante cellule è alto il rischio che alcune non siano riuscite a scendere lì e continuino il viaggio verso le stazioni successive, rendendo quindi necessaria anche la loro asportazione (adenectomia ascellare).
Ma se alla prima stazione “sentinella” le cellule tumorali non sono proprio arrivate significa semplicemente che non sono neppure partite e che quindi è inutile asportare le altre stazioni linfonodali lasciando intatta la vostra ascella.
Oggi la risposta a questi quesiti è possibile direttamente durante l’intervento chirurgico “conservativo”.
La parola carcinoma è vero che significa tumore maligno ma bisogna convincersi, una volta per tutte, che è curabilissimo, fino alla guarigione, specie se asportato quando è ancora piccolo e precocemente.
Queste due parole hanno lo stesso significato. La mammella normale è fatta come un albero con il tronco e tanti rami che si dividono in rami e rametti sempre più piccoli fino ai frutti e alle foglie.
Il tumore può partire dal tronco, da un ramo, da un rametto o direttamente dai frutti con le foglie, rompere la corteccia o la buccia del frutto e diffondere fuori dalla sua sede originaria.
Quando il tumore esce dalla sua struttura originaria si chiama “infiltrante o invasivo”.
Significa che “scappa di casa” e che potrebbe anche raggiungere altre piante, vicine o lontane, cioè altre parti del corpo (come per esempio al “linfonodo sentinella” o altri linfonodi ascellari).
Tuttavia, per fortuna, questo si verifica solo per tumori molto grossi e molto maligni.
Tornando all’esempio dell’albero, significa che è partito dal tronco o da un ramo (in tal caso detto duttale) oppure da un gruppo di frutti (in tal caso detto lobulare).
È esattamente il contrario della parola “infiltrante o invasivo”.
Duttale in situ è il tumore che si sviluppa dentro il tronco o il ramo senza rompere la corteccia.
Neoplasia lobulare in situ (detto anche LIN2 o impropriamente “carcinoma lobulare in situ) è il tumore contenuto nella polpa dei frutti con la buccia intatta ed è dotato più di caratteri predittivi di altri tumori, già presenti o futuri che di una sua propria intrinseca malignità.
Per questo motivo il suo riscontro su ago biopsia o su mammotome, “induce” una ‘escissione chirurgica eseguita proprio per verificare se coesistano o meno altri tumori, sia duttali che lobulari “invasivi” clinicamente e radiologicamente nascosti.
Se la escissione fosse negativa, è comunque considerato un fattore di rischio e “induce” controlli clinici e radiologici periodici.
Tutti questi termini tecnici corrispondono a lesioni viste dal patologo al microscopio e che talvolta possono “assomigliare” al cancro ma che cancro non sono e che con il cancro non hanno alcuna relazione.

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